mercoledì 20 luglio 2022

Mario Draghi, grazie

In questo blog ho sempre deliberatamente evitato gli argomenti politici. Ma, come si dice, "quanno ce vò ce vò".

Mario Draghi, grazie.

Grazie per averci dato la speranza che la competenza torni ad essere il valore centrale nella politica e nel governo della società civile.
Grazie per averci dato la speranza di poterci liberare (come ha scritto Francesco Merlo su La Repubblica) da "... l’incredibile Hulk della ruspa padana, la reginetta illiberale dei coatti, il Berlusca fregatutti, la corrente kamasutra del Pd (Franceschini, Bettini…), quella che per godere ancora dell’Unità Nazionale ci sono almeno altre 64 posizioni: tu di qua, l’altro là, voti e ginnastica...".
Grazie per averci dato la speranza di poter resistere alle ingerenze esterne cui ci ha esposto la diffusa corruzione.
Grazie per averci dato la speranza che il resto dell'Europa non ci abbandoni alla nostra vocazione e al nostro destino di Paese del terzo mondo. 

Speranza o illusione? Era un'impresa impossibile, ma ci hai provato e ci hai dato speranza. Ora il compito passa alle nuove generazioni, se vogliono che i loro figli in Italia abbiano un futuro. 

Mario Draghi, grazie.

martedì 19 luglio 2022

Sierra Nevada

Spagna, marzo 2022 - Da Granada ci dirigiamo verso la Sierra Nevada, che quest'anno (ai primi di marzo) ci offre questo grande spettacolo. Facendo click sull'immagine si può scaricare una foto delle dimensioni ultra-hd/4k da impiegare come sfondo per il PC (è uno dei miei preferiti e tra l'altro dà molto risalto alle icone del desktop).



giovedì 7 aprile 2022

Vox populi, vox Dei ?

"L'intelletto non è una grandezza estensiva bensì una grandezza intensiva: perciò un solo individuo può tranquillamente opporsi a diecimila, e un'assemblea di mille imbecilli non fa una persona intelligente."

Arthur Schopenhauer. Parerga e paralipomena. Adelphi, Milano, 1983, ISBN 978-88-459-1422-5. Tomo secondo - Capitolo terzo. Pensieri riguardanti l'intelletto in generale sotto ogni rapporto - n. 47, pag. 87.


giovedì 6 gennaio 2022

Fred Hoyle

"Lontano, nei dimenticati spazi
non segnati nelle carte geografiche
dell'estremo limite della Spirale Ovest della Galassia,
c'è un piccolo e insignificante sole giallo..."

Douglas Adams. Guida galattica per gli autostoppisti.


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Fred Hoyle è stato un fisico britannico [1], noto nel campo della cosmologia per la teoria dello stato stazionario, da tempo abbandonata - ma che contrappose nei primi anni della seconda metà del secolo scorso con un certo successo alla attuale teoria del big-bang - e nel campo della astrofisica per avere contribuito alla prima spiegazione scientificamente corretta della nucleosintesi [2] che nelle stelle, a partire dall'idrogeno, il materiale cosmico primordiale, porta alla formazione degli elementi più pesanti di cui sono fatti i pianeti, Terra inclusa, e pure noi (siamo "polvere di stelle").

Nel suo libro "L'origine dell'universo e l'origine della religione" Hoyle scrive:

"... è stato il professor Edward E. Dodd, un gallese minuto ma focoso che guidava l'automobile per le strade di campagna a una velocità letale, a insegnarmi che ogni documento o storia che sia stata trasmessa fino a noi contiene probabilmente un elemento di verità ... Una volta capito questo, sono sempre stato attento alle situazioni storiche che normalmente vengono riferite in maniera assurda, per cercare di scoprire quale circostanza insolita potessero mai celare" [3].




Sono sempre stato convinto anch'io del fatto che la realtà superi di molto la fantasia, e che molte delle cose che ci appaiono rappresentate nei "miti" e nelle "leggende" degli antichi, abbiano la loro base in eventi avvenuti migliaia e forse decine di migliaia di anni fa, trasfigurati nelle descrizioni tramandate oralmente di generazione in generazione nel corso dei millenni. Ma tra una convinzione personale e una qualche evidenza scientifica di eventi straordinari coerenti con i miti e le storie tramandate ce ne passa.

Uno spunto di riflessione ce lo possono però dare le testimonianze oculari e i dati, fotografie incluse, raccolti su un evento straordinario recente: la caduta il 30 giugno 1908 di una cometa di circa 40 metri di diametro nella taiga siberiana, sull'altopiano della Tunguska"... Ore 7:14 locali. Nel cielo limpido appare, fulminea, una palla di fuoco. In una manciata di secondi attraversa il cielo ... dietro di sé lascia una lunga scia infuocata ... ancora pochi secondi e un boato assordante rompe il silenzio del luogo ... In pochi istanti, oltre duemila chilometri quadrati di foresta siberiana vengono investiti da una micidiale ondata di calore, seguita da una terribile onda d'urto e da una nube di polveri che si alza in quota per decine di chilometri, oscurando il sole e tingendo di rosso il cielo. Sessanta milioni di alberi vengono abbattuti al suolo come birilli; altri, completamente privati di rami e foglie, restano in piedi come spettrali pali del telegrafo, testimoni muti di un disastro di dimensioni apocalittiche. Molti vengono arsi all'istante. Centinaia di animali muoiono carbonizzati ... in un accampamento [di pastori nomadi] a pochi chilometri dal luogo del disastro .. l'anziano Dzhekoul assiste al passaggio della palla infuocata. Investito in pieno dall'onda d'urto che segue l'esplosione, viene scagliato contro un albero a diversi metri di distanza e subisce la frattura di un braccio. Muore poco dopo. Un altro membro del gruppo, Yerineev, per lo spavento perde la parola. Il pastore Dronov perde conoscenza per due giorni: al risveglio apprenderà che il suo e altri tre greggi di renne sono stati decimati: centinaia di capi sono morti colpiti da detriti e frammenti di alberi, altri ancora uccisi dalla paura..." [4].

L'evento Tunguska fu talmente violento da determinare effetti atmosferici visibili anche a migliaia di chilometri di distanza: "La notte tra il 30 giugno e il 1° luglio 1908 verrà ricordata, in diverse regioni delle Siberia, della Russia e dell'Europa del Nord, per la sua eccezionale luminosità ... A Glasgow, in Scozia, i giornali locali scrivono «... la luminosità diffusa nel cielo notturno era talmente intensa da permettere la lettura di quotidiani... In piena notte gli oggetti proiettavano la loro ombra» ... A Berlino si legge «... il cielo notturno si è tinto di verde e blu, e solo dopo la mezzanotte la luminosità si è ridotta a una striscia sull'orizzonte» ... Il «New York Times» del 3 luglio riporta: «... A Londra molta gente è stata indotta a credere che un incendio divampasse nella città...»" [4].

Ed è a partire da questo evento e dall'ipotesi di Victor Clube e di Bill Napier dell'esistenza decine di migliaia di anni fa "... su un'orbita periodica intersecante quella della Terra, di una cometa gigante da mille a diecimila volte più massiccia delle normali comete simili a quella di Halley" [5] che Hoyle prende lo spunto per le considerazioni riportate nel suo libro.

La cometa di Clube e Napier circa 20mila ani fa si sarebbe spezzata in centinaia o forse migliaia di frammenti più o meno grandi e in un numero sterminato, incalcolabile, di frammenti piccoli e piccolissimi, che a causa della sua orbita periodica avrebbero investito ciclicamente la Terra causando fenomeni che Hoyle, nel suo libro, ipotizza siano da mettere in relazione con:
→ la fine dell'ultima era glaciale (riscaldamento provocato da intense piogge meteoriche di grandi frammenti);
→ il reperto di mammut integri nel permafrost della taiga siberiana (improvviso scioglimento del permafrost, che poi si è rapidamente richiuso sopra di essi);
→ la scoperta della fusione dei metalli (difficilmente spiegabile come "invenzione" teorica, senza l'ausilio di esempi osservati in natura);
→ i miti greci riportanti i "fulmini" che riempivano i cieli a causa delle lotte tra gli dei dell'Olimpo (sciami meteorici spettacolari di frammenti minuti della cometa);
→ il "sole" che si ferma in cielo della Bibbia (un frammento molto grande della cometa che illuminò il cielo per uno o più giorni);
→ la distruzione di Sodoma e Gomorra (un bolide tipo Tunguska o addirittura di dimensioni maggiori).

Ora a supportare almeno in parte le molte ipotesi di Hoyle arrivano  tre lavori, pubblicati su riviste scientifiche di prestigio: il primo e il secondo sono Open Access e quindi possono essere scaricati e salvati per una lettura completa, che consiglio.

Il primo lavoro ha evidenziato negli scavi archeologici di una antica città della Siria i segni, datati attorno al 10 800 a.e.v. [6], di un impatto cosmico, testimoniato tra le altre cose da fenomeni di fusione dei materiali provocati da temperature superiori ai 2 200 °C, impossibili da raggiungere allora con metodi e mezzi artificiali [7].

Il secondo lavoro riporta il risultato di altri scavi archeologici, che hanno evidenziato in modo inequivocabile i segni della caduta di un bolide tipo quello di Tunguska, che nel 1 650 a.e.v. ha completamente distrutto Tall el‑Hammam, una città dell'età del bronzo situata nella Valle del Giordano nei pressi del Mar Morto: un evento che torna sia come tempi sia come luoghi con il racconto biblico della distruzione di Sodoma e Gomorra [8].

Il terzo lavoro dovrebbe fare esultare Hoyle, ma anche Clube e Napier. Infatti l'analisi di 88 corpi celesti appartenenti allo sciame meteorico delle Tauridi ha mostrato in una elevata percentuale di casi una attività cometaria che "... supporta l'ipotesi di una catastrofe avvenuta durante il Paleolitico superiore (Clube e Napier, 1984), quando una grande cometa di breve periodo, in arrivo nel Sistema Solare interno dalla Fascia di Kuiper, sperimentò, a partire da 20mila anni fa, una serie di frammentazioni che hanno prodotto l'attuale cometa 2P/Encke, insieme a un gran numero di altri membri [del complesso delle Tauridi] ..." [9].

Se Hoyle, in odore di premio Nobel per avere collaborato alla spiegazione dei meccanismi di nucleosintesi che avvengono nelle stelle, fu probabilmente escluso dal premio per il suo atteggiamento eccessivamente dissacratorio nei confronti delle teorie scientifiche "ufficiali", che lo portò a sostenere posizioni controverse e talora purtroppo anche scientificamente infondate [10], bisogna dire che riguardo la possibilità che eventi cosmici abbiano lasciato una traccia indelebile nella storia dell'uomo probabilmente aveva visto bene, in quanto recenti evidenze scientifiche stanno dando consistenza ad alcune delle sue ipotesi.


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[1] Anna Wolter. Un pensatore creativo: Fred Hoyle. In: EDU INAF Il magazine di didattica e divulgazione dell'Istituto Nazionale di Astrofisica. URL consultato il 3/01/2022: https://bit.ly/3HF2LjH

[2] Fred Hoyle. The Synthesis of the Elements from HydrogenMonthly Notices of the Royal Astronomical Society, Volume 106, Issue 5, October 1946. URL consultato il 6/01/2022: https://bit.ly/3G7pSmh

[3] Fred Hoyle. L'origine dell'universo e l'origine della religione. Mondadori, Milano, 1998, ISBN 88-04-48802-6, p. 42.

[4] De Blasi A, Piemontese A, Stefanelli F. Dal caso Tunguska a 999942 Apophis. Quando il pericolo arriva dal cielo. CLUEB Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna, 2008, ISBN 978-88-491-3149-9, pp. 13-19.

[5] Fred Hoyle, opera citata, p. 28.

[6] Impiego a.e.v. (ante era vulgaris) per indicare a.C. (avanti Cristo), e.v. (era vulgaris) per indicare d.C. (dopo Cristo). In inglese le due espressioni sono riportate rispettivamente come BCE (Before Common Era o Before Current Era) e come CE (Common Era o Current Era). L'espressione "era volgare" compare per la prima volta in un'opera di Keplero del 1615: "Joannis Keppleri Eclogae Chronicae: Ex Epistolis Doctissimorum Aliquot Virorum & Suis Mutuis, Quibus Examinantur Tempora Nobilissima: 1. Herodis Herodiadumque, 2. Baptismi & Ministerii Christi Annorum Non Plus 2 1/4, 3. Passionis, Mortis Et Resurrectionis Dn. N. Iesu Christi, Anno Aerae Nostrae Vulgaris 31. Non, Ut Vulgo 33., 4. Belli Iudaici, Quo Funerata Fuit Cum Ierosolymis & Templo Synagoga Iudaica, Sublatumque Vetus Testamentum". ETH-Bibliothek Zürich, Rar 6534. Il grassetto è mio, non compare nel titolo dell'opera. URL consultato il 3/01/2022: http://bit.ly/2UekCJV

[7] Andrew M. T. Moore et al. Evidence of Cosmic Impact at Abu Hureyra, Syria at the Younger Dryas Onset (~12.8 ka): High-temperature melting at >2200 °C. Nature. Scientific reports. URL consultato il 3/01/2022: https://doi.org/10.1038/s41598-020-60867-w

[8] Ted E. Bunch et al. A Tunguska sized airburst destroyed Tall el‑Hammam a Middle Bronze Age city in the Jordan Valley near the Dead Sea. Nature. Scientific reports. URL consultato il 3/01/2022: https://doi.org/10.1038/s41598-021-97778-3

[9] Ferrín I, Orofino V. Taurid complex smoking gun: Detection of cometary activity. Planetary and Space Science, 207, 1 November 2021, 105306. Vedere il link al lavoro in: LO STUDIO SU “PLANETARY AND SPACE SCIENCE” - È un’enorme cometa la madre di tutte le Tauridi. Redazione Media Inaf - 22/10/2021. URL consultato il 3/01/2022: https://bit.ly/3qLiOFx

[10] Wikipedia. Fred Hoyle. URL consultato il 6/01/2022: https://bit.ly/3eWBDjD

mercoledì 24 novembre 2021

Varallo Sesia

Oggi giornata di intervallo tra due perturbazioni, fredda ma bellissima, quindi via con l'ebike per non perdere l'occasione, da Varallo Sesia salgo a Morondo, quindi continuo verso l'Alpe Sacchi. Alla Colma di Ballano, opportunamente segnalata dal CAI di Varallo


mi godo lo spettacolo dal Monte Rosa allo Strahlhorn. 



martedì 21 settembre 2021

Legislazione in Italia

"Corruptissima republica, plurimae leges."
(Publio Cornelio Tacito)

Domenica 1 settembre 2013 avevo citato Publio Cornelio Tacito in un post di quattro righe per ricordare come l'ipertrofia normativa vigente in Italia non fosse buona cosa [1].

A testimonianza del fatto che non si trattava di mie ubbìe, ma che il mio sommesso protestare aveva un fondamento, mi viene in soccorso oggi dopo otto anni Il Sole 24 Ore con questo articolo

in cui la soluzione è già contenuta nella frase iniziale: "...  uno Stato moderno deve avere, come vanno predicando da tempo i cultori della materia, non più di 10mila leggi..." [2].

Io avrei anche una spiegazione del perché e del come si sia generato questo pastrocchio legislativo, ma è totalmente inutile, adesso quello che conta è come venirne fuori...


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[1] Ipertrofia normativa. URL: https://bit.ly/3kpDjG0

[2] Il Sole24 Ore. URL: https://bit.ly/3AuRFdQ


domenica 25 luglio 2021

A proposito di anticorpi

Ha detto Piergiogio Odifreddi: "Che pena per un torinese, sia pure d'adozione, vedere l'altra sera in Piazza Castello un'adunata oceanica di no-vax e no-mask, e soprattutto di no-brain. Per di più, congregati a qualche centinaio di metri da via Po, dove meno di un secolo fa la scuola di Medicina di Giuseppe Levi aveva studenti come Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini e Salvatore Luria, che vinsero tutti e tre il premio Nobel in Medicina..." [1].

In effetti è sconsolante, ma non è stupefacente. Come ci ricorda Edward O. Wilson, il padre della sociobiologia:  "... il problema ... è che Homo Sapiens è una specie intrinsecamente disfunzionale. Siamo ostacolati dalla "maledizione del Paleolitico": gli adattamenti genetici che hanno funzionato a meraviglia per i milioni di anni in cui abbiamo condotto un'esistenza da cacciatori-raccoglitori ci sono ora sempre più di impaccio in una società globalmente urbana e tecnoscientifica ... Parte della disfunzione, ovviamente, deriva dalla stadio giovanile in cui si trova la civiltà globale, che è ancora un work in progress. Una parte più cospicua, tuttavia, è da attribuirsi semplicemente al fatto che il nostro cervello è mal cablato. La natura umana ereditaria è il lascito genetico del nostro passato preumano e paleolitico: "Lo stampo indelebile della sua bassa origine" come lo definì Charles Darwin..." [2].

C'è poco da aggiungere, se non che i grandi [e piccoli] burattinai dell'umanità, che approfittano di questa disfunzionalità per manipolare le persone e le masse, si potranno combattere solamente generando, soprattutto nelle nuove generazioni [e qui viene il ruolo fondamentale della scuola], quelli che Gilberto Corbellini definisce "gli anticorpi della conoscenza": e sarà solamente "... [la] comprensione critica ... che può essere acquisita solo attraverso specifici processi di istruzione, a poter riprogrammare l'immunità ideologica per indirizzarla contro le imposture della pseudoscienza [e non solo] e la loro contagiosa diffusione sociale..." [3].


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[1] La Stampa, edizione online, pubblicato il 24 luglio 2021.

[2] Edward O. Wilson. Il significato dell'esistenza umana. Codice Edizioni, Torino, 2015, pp. 146-147.

[3] Gilberto Corbellini. Gli anticorpi della conoscenza. Strade, maggio-giugno 2017. URL consultato il 25/07/2021: https://bit.ly/3x4U8cq

sabato 10 aprile 2021

Jardín de los Picaflores

Nell'ottobre del 2017, di ritorno dalla Patagonia, abbiamo visitato le Cascate dell'Iguazù. Durante un ritaglio di tempo, la sera prima dei due giorni di visita alle cascate, con uno dei suoi soliti colpi di genio D. aveva scovato, a Puerto Iguazú, sul lato argentino delle cascate, il "Jardin de los Picaflores", una casa privata con un giardino aperto al pubblico nel quale una serie di abbeveratoi con liquidi zuccherini e di mangiatoie per semi e frutti attirava una quantità di uccelli tropicali, tra i quali moltissimi colibrì. Se avete la fortuna di visitare le Cascate dell'Iguazù non mancate di fare visita anche al "Jardin de los Picaflores".

Purtroppo il tempo non aveva favorito le riprese: pioveva a scroci, come solo ai tropici sa fare, con intervalli di forte vento, era pomeriggio avanzato e c'era poca luce, e la macchina fotografica con la quale abbiamo fatto le riprese aveva avuto difficoltà a tenere il fuoco. In ogni caso, tagliando e ricucendo i filmati, spero di essere riuscito a rendere l'idea dello spettacolo al quale si può assistere.


P.S.: il filmato è in HD (1920x1080), se lo visualizzate a tutto schermo dovrebbe automaticamente riprodursi in questo formato, al bisogno potete selezionare il formato dalla rotellina della impostazioni che trovate in basso. La colonna sonora è un brano scritto per l'occasione.

domenica 31 gennaio 2021

Leoni marini

Due anni fa, nel mese di febbraio, in Baja California, durante un safari fotografico in barca, a La Paz, sulla costa rocciosa dell'Isla Partida, ci siamo imbattuti in questo leone marino [1]. Che, evidentemente approfittando dell'alta marea, si era trovato una eccellente sistemazione e dormiva serafico: un vero spettacolo...


[1] Otaria della California (Zalophus californianus

giovedì 31 dicembre 2020

Auguri di Buon Anno...

 ... dal Monte Tovo (Valsesia).

 Sono 800 metri di dislivello, documentati con il GPS
























saliti nei giorni scorsi in ebike, in un paesaggio reso superlativo dalla nevicata del giorno prima, per festeggiare l'addio a quest'anno.

La soddisfazione è tale che, pur essendo decisamente contrario alle autocelebrazioni, l'evento è qui ulteriormente documentato (anche per evitare dubbi e contestazioni) con il mio primo e unico selfie (lo confesso, mai fatti prima).






























Questa infine la panoramica ripresa in occasione di un'altra salita al Monte Tovo quest'anno, a fine novembre, in una giornata molto limpida, ma prima delle nevicate di inizio dicembre: ho riportato i nomi delle principali cime delle Prealpi e Alpi lombarde visibili verso est, dal Resegone al Pizzo Badile (fare click sull'immagine per ingrandirla).


















Di nuovo Auguri di Buon Anno...

lunedì 23 novembre 2020

Lettera a Maurizio Molinari

Su Buongiorno Rep: la mail che quotidianamente il Direttore invia agli abbonati, Maurizi Molinari oggi, tra le altre cose, scrive:
"Ed è polemica per il dilagare in televisione dei virologi, da Andrea Crisanti a Matteo Bassetti, diventati protagonisti tra politica e sparate. Racconta Concetto Vecchio: “I virologi non erano abituati alla scena mediatica. In genere parlavano con dotti articoli scientifici e adesso invece vengono richiesti di un parere al Tg1 delle 20. Ogni giorno sono rincorsi da decine di tv, giornali e talk, e la notorietà, si sa, è difficile da maneggiare. E del resto le loro interviste, da febbraio, sono la prima cosa che leggiamo ogni mattina sui quotidiani per orientarci nel caos della pandemia. Molti di loro sono asciutti e fattuali, ma altri, di comparsata in comparsata, si sono fatti prendere un po’ la mano. Anche perché nella comprensione della tragedia i più navigano a vista: pure i famosi esperti”.

Caro Maurizio Molinari, premesso che è superfluo notare che lo stesso dilagare è evidente sui giornali, il problema viene in buona parte da voi giornalisti, ed è sintetizzabile con tre parole chiave. Le prime due sono "informazione" e "marketing" e già da sole forniscono una prima chiave di lettura del disastro che è sotto gli occhi di tutti, e del quale la questione dei virologi è uno dei tanti aspetti.

Cerco di spiegarmi brevemente. Quando ha terminato il pane, il panettiere vi guarda con aria di scusa e allarga le braccia. E voi ve ne fate una ragione. Ma avete mai visto un giornalista allargare le braccia all’inizio del telegiornale e annunciare che, in mancanza di notizie, il telegiornale finisce lì? O il direttore di un quotidiano scusarsi dalla prima e unica pagina, per il resto bianca, per la mancanza di notizie significative da pubblicare? 



Il problema nasce dalla applicazione delle tecniche di marketing al giornalismo (e alla politica, argomento che però necessita di essere trattato a parte).

Alla fine tutti dobbiamo ben guadagnarci la pagnotta. Quindi con il trascorrere del tempo si è passati, giornalisticamente parlando, dalla vendita del prodotto ruspante e ingenuo che "la notizia è il cane che morde il padrone" al più smaliziato "la notizia è il padrone che morde il cane" per arrivare, quando anche questo non ha più fatto notizia, allo "sbatti il mostro in prima pagina".

Poi, e inevitabilmente dati questi presupposti, il sistema si è progressivamente avvitato su sé stesso. Le notizie bisogna pur sempre venderle, il pubblico è sempre più assuefatto e la soglia per catturarne l'attenzione diventa sempre più elevata, di qui la necessità di alzare la comunicazione ad un livello sempre più "urlato". Ma non basta urlare. Nel contesto dell'attuale inflazione comunicativa [ecco la terza parola chiave], con i canali di comunicazione enormemente ridondanti rispetto ai contenuti da comunicare, per catturare l'attenzione il messaggio viene compresso e diventa sempre più conciso, la comunicazione procede per icone e senza reale approfondimento. La lotta per portare a casa un click sul sito del giornale, per vendere una copia in più, per assicurarsi un passaggio certificato dall'Auditel al proprio canale TV, procede senza esclusione di colpi, e la necessità di contenere i costi realizza il resto dello scempio: come per esempio i talk show, con (per tornare all'argomento) inviti a personaggi (per esempio virologi) che pur di soddisfare la propria vanità vengono via a costo zero. E che contribuiscono a un martellamento massmediatico che pian piano penetra le menti [1], inducendo [ma ovviamente non è un caso] alla ricerca compulsiva di informazioni attraverso click, like e condivisioni, tutti funzionali al marketing.

In questo quadro la gente è alla sbando, perché è sottoposta a una pressione comunicativa che soverchia il singolo individuo, il quale, sopraffatto, non riesce più a inquadrare, a contestualizzare e a dimensionare correttamente i problemi e finisce inevitabilmente per imboccare la scorciatoia della scelta ideologica, pro- o contro-: pandemie, vaccini, migranti, eccetera, eccetera. Si va quindi potenziando sempre più il processo di sostituzione dell'informazione (ragionare) con la propaganda (credere), facendo così il gioco dei grandi (e piccoli) burattinai dell'umanità o aspiranti tali [2, 3]. E rendendo sempre più vicino il futuro distopico già preconizzato nel 1932 da Aldous Huxley ne "Il mondo nuovo" e nel 1948 da George Orwell in "1984". 

Caro Maurizio Molinari, non ci si può lamentare per "il dilagare in televisione dei virologi" come se questo fosse un'ineluttabilità, guidata da una forze esterne alla società umana, da una qualche forza cosmica che procede "matrigna crudele e indifferente ai dolori degli uomini", come diceva il Leopardi. 

No, "il dilagare in televisione dei virologi" [e ribadisco che lo stesso dilagare è evidente sui giornali] è solamente l'ultimo dei problemi derivanti dal nefasto avvitamento che si è realizzato tra giornalismo, marketing e inflazione comunicativa. Invece di lamentarvi, provate a meditare su come superare questo circolo vizioso. Non sarà affatto facile. Ma sarebbe da parte del giornalismo un contributo importante al miglioramento dello stato di questa povera nazione.


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[1] Lo aveva già perfettamente compreso Oswald Spengler che nel 1923 ne “Il tramonto dell’Occidente” (Longanesi, ISBN 978-88-304-2558-3), titolo che oggi, di fronte all'avanzata dei Paesi dell'oriente, India e Cina in testa, suona profetico, scriveva (la sottolineatura è mia):
"…Che cosa è la verità? Per la massa è ciò che si legge e si sente continuamente. Qualche povero ingenuo può anche mettersi a tavolino e raccogliere princìpi onde definire la “verità” - ma questa resterà la sua verità. L’altra verità, quella pubblica del momento, quella che soltanto importa nel mondo reale dell’azione e del successo, oggi è un prodotto della stampa. Ciò che la stampa vuole è vero. Chi controlla la stampa crea, trasforma e cambia le verità. Bastano tre settimane di lavoro di stampa e tutto il mondo conoscerà «la verità» ... Non si potrebbe immaginare una satira più sinistra di quella della libertà di pensiero. Una volta non si aveva il diritto di pensare liberamente; adesso lo si ha, ma ... si pensa soltanto ciò che altri vuole che si pensi..."  
Basta sostituire "stampa" con "media" per aggiornare la descrizione di Spengler alle tecnologie e ai modelli di comunicazione attuali.

[2] Come dice Gérald Bronner, le soluzioni facili sono le più economiche: credere è molto più economico che ragionare. Gérald Bronner. La democrazia dei creduloni. Aracne editrice, Ariccia, 2016, ISBN 978-88-548-9897-4.

[3] Jean Baudrillard “Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?”. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1996, ISBN 978-88-7078-387-2.

lunedì 26 ottobre 2020

Ma cosa me ne faccio di un Raspberry?

Ma cosa me ne faccio di un Raspberry? Non è una domanda retorica, ma la domanda che ho continuato a farmi dopo avere acquistato un Raspberry Pi 4: avendo tantissime idee, ma nessuna delle quali chiarissima, sui possibili impieghi.

Come prima cosa, avendolo finalmente tra le mani, e con inaspettata facilità (merito di Linux, nella variante Raspberry Pi OS adottata dal Raspberry, in precedenza denominato Raspbian), sono riuscito a:
- installare e attivare sul Pi 4 un server VNC per poterlo controllare da remoto;
- installare e attivare sul Pi 4 un server SSH per fare upload/download di file;
- installare e attivare sul Pi 4 un server web con il relativo sito web;
- installare e attivare sul Pi 4 il protocollo smb che consente di vederlo come una unità di rete e server multimediale [1].

Poi ho trasformato un secondo Raspberry Pi 4 in una radio in streaming, in sostituzione di un sintonizzatore FM che dalle mie parti praticamente non riceve [2].

Ma ecco la terza idea: perfezionare la radio in streaming aggiungendo al Raspberry Pi 4 una scheda audio HiFi, visto che la qualità dell'uscita audio cablata nella scheda madre del Raspberry non è eccelsa. Ho optato per la HiFiBerry DAC+PRO [3] che qui vedete


basata su un convertitore digitale-analogico (DAC) a 
192kHz/24bit, quindi con caratteristiche HiFi reali.

Ma la scheda non basta, bisogna montarla sul Raspberry (operazione banale, basta innestarla sul connettore GPIO del Raspberry) e trovare un contenitore in grado di accogliere il tutto. Preso dall'entusiasmo ho ordinato un contenitore metallico molto bello disponibile presso il produttore della scheda. Ed ecco Raspberry Pi 4 e scheda audio HiFiBerry DAC+PRO montati nel contenitore.


La configurazione software non la riporto in quanto è minimale, e facilmente realizzabile seguendo le informazioni fornite sul web dallo stesso fornitore della scheda. E l'uscita analogica consente di collegare il tutto a qualsiasi amplificatore mediante un cavo RCA maschio-maschio (bianco = L = canale sinistro, rosso = R = canale destro).

L'audio fornito dalla scheda HiFiBerry DAC+PRO è incomparabilmente migliore di quello originale del Raspberry. Ma dato che le radio in streaming trasmettono l'audio in formati compressi cui corrisponde una qualità modesta, per potere apprezzare adeguatamente il DAC a 192kHz/24bit dovete procurarvi file audio (ad esempio .wav) di questa qualità che potete poi eseguire impiegando il Lettore multimediale VLC che fa parte del software fornito con il Raspberry Pi OS.

Il contenitore metallico dedicato alla scheda audio HiFiBerry DAC+PRO prevede un raffreddamento passivo, da parte del flusso di aria che attraversa per moto convettivo le fessure riportate nello chassis. Il monitoraggio effettuato mediante il comando vcgencmd measure_temp, durante l'ascolto di radio in streaming e l'esecuzione di file audio, ha evidenziato una temperatura media della CPU tra i 54 e i 57 °C. Un fatto che devo dire mi ha abbastanza disturbato dato che se la temperatura aumenta eccessivamente il Raspberry attiva un meccanismo di protezione rallentando la CPU (in ogni caso questo avviene quando la temperatura raggiunge gli 85 °C) .

Per questo ho poi preferito montare il Raspberry in un contenitore in acrilico dotato di un ventolino a 5 V, impiegando un pin header (connettore femmina-maschio) 


per distanziare opportunamente scheda audio e Raspberry, e adattando un secondo identico contenitore in acrilico (servono in aggiunta solamente un paio di buchi nell'acrilico e alcuni distanziali con viti e dadi di quelli più comunemente utilizzati e compatibili con Raspberry Pi/Arduino), per ottenere questo risultato, che devo dire mi ha molto soddisfatto (come si vede il ventolino che raffredda il Raspberry è alimentato collegandolo ai pin del connettore GPIO della scheda audio).


Il contenitore aperto ma soprattutto il raffreddamento attivo ottenuto mediante il ventolino (in aggiunta ai quattro dissipatori di calore forniti con il contenitore) hanno consentito di ottenere una ottima dispersione del calore e il comando vcgencmd measure_temp, durante l'ascolto di radio in streaming e l'esecuzione di file audio, ha evidenziato una temperatura media della CPU tra i 34 e i 37 °C, quindi 20 °C in meno del contenitore metallico. Cosa che mi è decisamente piaciuta.

Se siete i fortunati possessori di un amplificatore audio con ingresso digitale, in alternativa alla HiFiBerry DAC+PRO potete impiegare la scheda HiFiBerry digi+PRO 

che fornisce ben due uscite digitali, un'uscita per il collegamento all'amplificatore con fibra ottica (sulla sinistra), ed un'uscita per il collegamento con cavo coassiale (sulla destra). Anche in questo caso potete scegliere tra il montaggio di Raspberry e scheda audio HiFi in un apposito contenitore metallico con raffreddamento passivo oppure la soluzione "fai da te" vista sopra con il contenitore in acrilico aperto e il raffreddamento attivo mediante ventolino (che per quanto detto sopra io personalmente preferisco).

Inutile dire che con la scheda HiFiBerry digi+PRO il segnale digitale della fonte audio, via cavo ottico o via cavo coassiale, viene inviato immodificato all'ingresso digitale dell'amplificatore: quindi la qualità del suono dipenderà dalla qualità del convertitore digitale-analogico (DAC) dell'amplificatore, che molto difficilmente sarà inferiore a 192kHz/24bit, e che nel caso di amplificatori di classe elevata potrebbe essere addirittura superiore.


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P.S.: ma cosa me ne faccio di un Raspberry? Si può fare ancora di meglio! Infatti attualmente i miei due Raspberry sono collegati alla World Community Grid e 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 li passano ad elaborare i dati nell'ambito del progetto di ricerca collaborativo "OpenPandemics - COVID-19", che ha come obiettivo l'identificazione di molecole in grado di combattere l'infezione da SARS-CoV-2 come vedete alla pagina 


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[1] Raspberry Pi 4. Link al post: https://bit.ly/3kGLc7P

[2] Radio in streaming con Raspberry Pi 4. Link al post: https://bit.ly/3jr4goX

[3] Purtroppo, in via del tutto eccezionale, non ho potuto fare a meno di introdurre in questo post il riferimento a prodotti commerciali, ma come potete notare in nessun caso ho inserito collegamenti del tipo "ti pago ogni volta che qualcuno clicca su un link nel tuo sito" che detesto profondamente.

lunedì 20 luglio 2020

Col d'Olen e Corno del Camoscio

A un anno di distanza ritorno al Corno del Camoscio (Gemtschoure, 3026 m) partendo da Pianalunga (2050 m) e passando per il Col d'Olen (2887 m), questa volta in compagnia di F.

Della salita del 16 luglio 2019 mi mancava la panoramica del Monte Rosa, alla quale avevo rinunciato a causa della nebbia che allora nascondeva le cime dalla Vincent alla Gnifetti. Che oggi sono ben visibili, per cui finalmente riesco a realizzare la panoramica: se fate click sull'immagine, o meglio ancora se ingrandite questa fotografia ad elevata risoluzione, vedete cerchiati, da sinistra verso destra, il Rifugio Quintino Sella, il Rifugio Mantova, la Capanna Gnifetti, la stazione di arrivo della vecchia funivia a punta Indren e la Capanna Regina Margherita sulla Punta Gnifetti (in più al centro della panoramica è facilmente individuabile la stazione di arrivo al ghiacciaio di Indren della nuova funivia).


A conferma della splendida giornata aggiungo la foto della Punta Parrot  (sulla sinistra) e della Punta Gnifetti, quest'ultima salita con D. nell'oramai  lontano 2004 (vedi il post Punta Gnifetti).




























Per la traccia GPS del percorso e un piccolo album fotografico rimando al post della identica (ma ogni volta diversa) salita al Corno del Camoscio del 16 luglio 2019.

martedì 30 giugno 2020

Colle Mud (traversata da Alagna a Rima)

Seconda traversata dell'anno sempre grazie a D. che questa volta ci accompagna ad Alagna e ci viene a riprendere a Rima.

Alle 7:51 la salutiamo a Pedemonte, la frazione di Alagna, al termine della strada asfaltata. Percorriamo poco più di 200 metri sul sentiero che segue il corso del torrente Mud, quindi svoltiamo a sinistra (continuando sulla destra si va verso l'Alpe Campo e l'Alpe Sattal) e attraversiamo il torrente sul piccolo ponte di legno seguendo il sentiero 208 (ex 8) e le indicazioni Rifugio Ferioli / Colle Mud.

La prima parte del percorso si svolge su un tratto di mulattiera ancora abbastanza conservata, quindi il sentiero si snoda su una serie di antichissime balze moreniche quasi sempre a picco sul vallone, che è in ombra e molto fresco. Usciamo al sole, che finalmente sbuca sopra al Tagliaferro, solamente poco sotto al Rifugio Ferioli dove arriviamo alle 10:11 in due ore e venti esatte. Purtroppo il Ferioli è chiuso e non troviamo esposta (immagino per ragioni di sicurezza) la mitica stazione meteorologica del rifugio, che però non posso fare a meno di ricordare con una foto d'archivio scattata nel lontano 2004 durante una precedente identica traversata effettuata con D.






























Sia alla base del Tagliaferro sia al colle Mud, che dista giusto 10 minuti dal Ferioli (due ore e trenta da Pedemonte), c'è ancora un po' di neve. Sul lato di Rima ci accoglie una folata di nebbia, che però si dissolve nel giro di pochi minuti.































La discesa lungo il sentiero 296 (ex 96) a Rima, dove D. ci viene a recuperare in perfetto orario, è senza problemi. Rima è un piccolo villaggio walser, bello, ben conservato e ben tenuto, e la conferma ci viene dal fatto che piace molto anche a F. che lo vede per la prima volta.

Questa è la traccia GPS della traversata da Alagna (in Val Grande [1]) a Rima (in Val Sermenza)


e questa è la traccia riportata in Google Maps.

   
Potete anche scaricare i file .gpx e i file .kmz delle tracce GPS fornite dal CAI: da Pedemonte al Colle Mud da [2] e da Rima al Colle Mud da [3].


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[1] Così è denominata la valle principale della Valsesia, da non confondere con la Val Grande del Verbano-Cusio-Ossola.
[2] CAI - Sezione di Varallo. 208 Colle Mud [da Pedemonte]
[3] CAI - Sezione di Varallo. 296 Colle Mud [da Rima]

martedì 23 giugno 2020

Colle d'Egua (traversata da Fobello a Carcoforo)

Dopo la mitica spedizione in Antartide del mese di febbraio (con coda in Patagonia da El Calafate alle Torres del Paine, sulla quale tornerò) le ben note vicende ci bloccano per tre mesi. Ma finalmente si riparte per la montagna, prima uscita di quest'anno dopo la ciaspolata di gennaio in Val Formazza.

Lunedì 22 giugno con F. saliamo a Fobello, proseguendo per Santa Maria, dove lasciamo l'auto al piccolo parcheggio proprio al termine della strada asfaltata. Poco dopo le 7:30' imbocchiamo il sentiero numero 517 per l'Alpe Baranca. Tempo splendido, nonostante i mesi di forzata inattività ci sentiamo bene, e raggiunta l'Alpe proseguiamo per il lago Baranca. Qui la cascata formata dal torrente Mastallone all'uscita dal lago, fotografata durante la salita. Nelle settimane precedenti ci sono state molte piogge, e la cascata è in condizioni spettacolari.























Superato il lago Baranca lasciamo sulla destra il sentiero per il Colle Baranca e proseguiamo sulla sinistra lungo il 517 per il Colle d'Egua, dove arriviamo in poco più di tre ore. Qui la panoramica presa durante la sosta al colle, con F. che si sta godendo lo spettacolo, sulla sinistra vediamo il Monte Rosa, con tutte le cime dalla Vincent alla Nordend, sulla destra vediamo dalle Orobie alle Alpi Retiche.











Qui il dettaglio del Monte Rosa, a sinistra la parete sud che domina la Valsesia con la Piramide Vincent (poco sotto sulla sua sinistra la Punta Giordani), poi piccoli ma ben visibili lo Schwarzhorn e il Ludwigshöhe, quindi la Punta Parrot e la Punta Gnifetti, a destra della quale si vede tutta la parete est che domina Macugnaga e la Valle Anzasca con la Zumstein, la Dufour e infine la Punta Nordend.























Il rientro a Fobello sarebbe banale quindi, grazie al supporto logistico su cui possiamo fare affidamento, dal Colle d'Egua scendiamo a Carcoforo lungo il sentiero numero 122. Una telefonata e D. ci viene a recuperare per riportarci all'auto a Fobello. Inutile dire che le dobbiamo fare un monumento, perché grazie a lei abbiamo potuto fare una traversata splendida, indimenticabile.

Il GPS ci da un tempo totale, piccole soste incluse, di 5 ore e 28' per uno sviluppo di 11,64 km, con 1053 metri di dislivello in salita e 937 metri in discesa. Questo è il profilo altimetrico della nostra traversata da Santa Maria di Fobello (in Val Mastallone) a Carcoforo (in Val d'Egua)


e questa è la proiezione della traccia GPS in Google Maps


Potete anche scaricare i file .gpx e i file .kmz delle tracce GPS fornite dal CAI: da Santa Maria di Fobello al Colle d'Egua da [1] e da Carcoforo al Colle d'Egua da [2].


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[1] CAI - Sezione di Varallo. 517 Colle d'Egua [da Santa Maria di Fobello].
[2] CAI - Sezione di Varallo. 122 Colle d'Egua [da Carcoforo].

mercoledì 18 marzo 2020

Antartide

A febbraio spedizione in Antartide. Una esperienza straordinaria, non ci sono parole adatte per descriverla. 

Partiamo da Ushuaia, unici due italiani della spedizione, su una nave norvegese. Aggirando ad ovest una tempesta che blocca l'accesso alle isole Shetland del sud il 14 febbraio passiamo il Circolo Polare Antartico (66°33'48" di latitudine Sud). Poi nella Marguerite Bay in un golfo dell'isola di Pourquois Pas (raramente visitata perché remota e difficilmente accessibile in quanto a sud del circolo polare il ghiaccio marino resta molto esteso anche in estate - siamo molto fortunati ad essere riusciti a giungere fino a qui) la prima navigazione sugli Zodiac fotografando pinguini e foche che si riposano e sonnecchiano sugli iceberg, poi il primo sbarco a terra (cioè su quelle improbabili e sottilissime lingue di costa, ai piedi delle montagne che precipitano nell'oceano, che in questa breve estate antartica restano libere dai ghiacci) accanto a una colonia di pinguini Adelia che stanno finendo di crescere i piccoli. La lunghissima durata del giorno e il chiarore che persiste anche a mezzanotte ci ricordano che un mese fa qui il sole non tramontava mai. Il giorno successivo, sempre nella Marguerite Bay, tocchiamo il punto più meridionale (68°12' di latitudine Sud), nei pressi del Red Rock Ridge. Il ghiaccio marino è sempre più esteso e compatto e rallenta sempre più l'avvicinamento alla costa, poi l'arrivo del micidiale vento catabatico dell'Antartide scatena sull'oceano una tempesta furibonda, al punto che quando mi avventuro sul ponte della nave per cercare di filmarla vengo letteralmente sollevato dal vento e corro il rischio di essere catapultato fuori bordo. Ovviamente impensabile pensare di fermarci per calare in mare gli Zodiac, dobbiamo riparare verso nord costeggiando l'Adelaide Island. Spettacolo di iceberg giganteschi che ci lascia senza fiato. Nei giorni successivi, servendoci sempre degli Zodiac in mare e per gli sbarchi a terra, fotografiamo e filmiamo megattere (Megaptera novaeangliae), foche leopardo (Hydrurga leptonyx), foche mangiagranchi (Lobodon carcinophagus), l'otaria orsina antartica (Arctocephalus gazella), pinguini di Adelia (Pygoscelis adeliae), pinguini Papua (Pygoscelis papua), skua (Stercorarius antarticus), la petrella gigante o ossifraga del sud (Macronectes giganteus), più a nord qualche cormorano (Leucocarbo atriceps), e paesaggi di indicibile bellezza.

Alla ripartenza ci facciamo un augurio: che la Corrente circumpolare antartica e la Convergenza antartica riescano a mantenere intatto questo posto magico per le future generazioni.

Il Passaggio di Drake tra la Patagonia e l'Antartide è all'altezza della sua fama e ci strapazza per bene, entrambe le volte con vento attorno ai 70 chilometri all'ora e onde attorno ai 4 metri. Al ritorno, nella nebbia che grava sul mare tempestoso, avvistiamo Capo Horn. 


E qui, giusto per rendere l'idea degli spettacoli cui abbiamo potuto assistere, un breve filmato con i pinguini Papua mentre indaffaratissimi fanno la spola tra l'oceano, dove vanno a pesca, e la zona rocciosa di nidificazione dove hanno i piccoli, che sono nella fase finale della crescita ma che devono essere ancora alimentati dai genitori.